Dalla carne alla corporeità, 3 mosse per diventare umani.

Nell’articolo precedente vi ho promesso che avrei scritto sul rapporto che i miei personaggi hanno con il proprio corpo e con quello altrui. Una promessa è una promessa e va onorata.

Chi ha avuto il piacere di leggere il mio primo romanzo della Trilogia “Il Monastero delle Erbolarie” intitolato “Il destino di Healer”, ha potuto costatare come tutti i miei personaggi, protagonisti e no, siano così “vivi”. Personaggi che durante la lettura si mostrano in tutta la loro completezza e che, una volta terminato il romanzo, la loro presenza resta dentro il lettore, come ospiti graditi.

Quando scrivo e caratterizzo un personaggio, lo penso come se fosse vero, con tutte le peculiarità di un essere vivente. Che cosa rende un personaggio realistico e quasi palpabile al lettore? Semplice, l’uso della corporeità. Il corpo è un ponte gettato verso l’altro, stabilendo relazioni; ma è anche un ponte gettato nelle profondità del proprio essere, scoprendo così gli abissi del proprio io, come avviene in Healer, quando scende nella “Sala del trono”. Che cosa intendo quando parlo del corpo e della corporeità? Il corpo è sempre e comunque un ponte relazionale in tutti i personaggi? Scopriamolo insieme.

I personaggi di un qualsiasi romanzo, purché siano ben costruiti, s’interfacciano attraverso il nostro vissuto e percepito. Più questo “sentire” dello scrittore/lettore è polifonico, coinvolgendo la molteplicità sensoriale, più saremo capaci di caratterizzare i nostri personaggi.

La prima cosa quindi, che dobbiamo chiederci da scrittore e da lettore, che tipo di rapporto abbiamo con la nostra sensorialità e con il nostro corpo. Anzi, dovremmo fare un nuovo passo indietro e chiederci cosa intendiamo quando diciamo “corpo”.

Mi appello alle origini di questa parola e vado a lavare i miei panni nella lingua greca. La parola “corpo” nell’antica lingua greca ha due accezioni: σάρξ, che possiamo traslitterare con il suono sarx; e σμα, che traslitterato possiamo leggerlo soma.

Una buona domanda è chiedersi perché il corpo, che è uno, possa essere chiamato sia σάρξ sia σμα. Che bisogno c’è di avere a disposizione due termini, per ciò che noi chiamiamo semplicemente “corpo”.

C’è da dire che quando usiamo σάρξ intendiamo la carne e con essa tutti i suoi bisogni primari: il mangiare, il dormire, il cacciare, il riprodursi, il respirare, e cioè il conservarci il più a lungo possibile in vita. In questi termini il corpo, inteso come σάρξ, è ciò che avvicina l’essere vivente alla sua animalità. I sensi sono tutti proiettati a servire l’istinto di conservazione, anche se questo dovesse chiedere d’immolare sull’altare della sopravvivenza un altro vivente. Così il corpo/σάρξ è più vicino al concetto di “carne”, cioè proprio ciò che costituisce la nostra fisicità e quegli strumenti che sono i sensi, affinché noi possiamo sopravvivere.

Σάρξ quindi è la parte più animale del nostro esistere, la parte più egoica, legata e intrappolata al sé. L’orizzonte esistenziale necessario della carne/σάρξ è molto limitato e il campo d’azione è legato alla sopravvivenza di sé. La carne è la testimonianza del mio essere presente nel mondo, ma in una visione infantile, se così possiamo dire, perché tutto ciò che è fuori di me, deve, non solo accorgersi del mio esistere, ma anche ruotare intorno a me, come i pianeti intorno al sole e vivere in funzione ai miei bisogni.

Quando questa miopia esistenziale diventa patologica, la carne/σάρξ si fa carnalità. I bisogni dell’adulto si evolvono e l’egoità, se non sboccia nella relazione e non trova un posto nella società, si trasformerà in egoismo. La vita dell’essere vivente “carnale” si troverà in una continua tribolazione, perché il rapporto desiderio/godimento, non troverà mai un pareggio. Piuttosto, l’essere vivente si dovrà misurare con uno “scarto”, che lo condurrà a desiderare sempre di più, per appagare questa sete, ma nel frattempo schiacciato contro l’orizzonte esistenziale, che non è riuscito a superare.

L’essere vivente, che si libera dai lacci dell’egoità e varca l’angusto orizzonte esistenziale, sperimenterà che oltre alla carne/σάρξ, possiede un corpo/σμα, che diventa “mediazione” con tutto ciò che è, costruendo sani rapporti di reciprocità. Anche il corpo/σμα utilizza i sensi, ma per costruire ponti di comunicazione con l’altro, diverso da sé, non percepito come nemico da abbattere e sopraffare, ma come alterità per crescere e completarsi. Questo “altro” può offrire una relazione orizzontale, con le altre creature e con il’ “Tutt’Altro”, in una relazione verticale con la deità.

In questi termini possiamo dire che corpo/σμα è lo sbocciare della carne/σάρξ, è il suo naturale evolversi. Superando quell’orizzonte esistenziale di carne/σάρξ, il corpo/σμα va verso l’altro e conoscendolo, altro da sé, scopre se stesso.

Così, mentre la carnalità, attraverso i suoi bisogni si nutre dell’altro per sopravvivere – vi ricordo che la parola “sarcofago” σαρκοφάγος (composto da σάρξ e φάγος cioè mangiacarne) – il vivente, che si fortifica e si arrocca sulla carne/σάρξ, diventa anch’esso un “mangiacarne”, cioè un sarcofago degli altri e di conseguenza di se stesso, perché questo desiderio inappagante non gli permetterà di conoscere chi è veramente e lo porterà all’estinzione. La carnalità è quindi un atto di cannibalismo bello e buono verso l’altro e verso se stesso. Non sto qua a ricordare tutte quelle espressioni, che mostrano l’atto di fagocitare l’altro, sia nella passione carnale, che nel delirio distruttivo.             Il corpo/σμα, che invece si sviluppa in armonia con il tutto, mettendo al centro la relazione e la complementarietà, non chiama quello “scarto” tra la volontà volente e la volontà voluta “desiderio inappagato”, ma “opportunità” di crescere e solidarizzare con l’altro. È qua che al posto della “carnalità” troviamo la “corporeità”.

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La corporeità, corpo/σμα, offre mezzi di comunicazioni più sottili dei ben conosciuti cinque sensi. Ti conduce su sentieri inesplorati e necessari, per toccare il mistero della vita. Chi sceglie la via della corporeità scopre di ottenere senza trattenere, arricchendosi senza possedere e vive fluendo, tra ciò che non si è e che è altro da sé, ma che lo illumina e lo rasserena, senza con questo disvelare il mistero dell’esistere. Nella corporeità si scopre che l’importante non è capire cosa siamo e possederci, ma semplicemente essere. Abbiamo parlato di mistero della vita e non di enigma. La vita non è un enigma da risolvere, ma un mistero da cogliere e vivere. Di questo magari, ne parlerò in un prossimo articolo.

Torniamo con i piedi a terra. Corporeità è consapevolezza di tutta una vita, per coglierne solo alla fine il senso. Restare incastrato tra gli scogli della carnalità, è come andare a caccia di farfalle con il retino bucato.

Sarebbe giusto giudicarmi manichea, se io finissi qua il mio articolo, dando l’impressione che il fine sia di mettere σάρξ versus σμα. Su questo foglio in realtà non stiamo mostrando un campo di battaglia, dove carne/σάρξ è opposta a corpo/σμα. Qui non c’è disputa ma complementarietà. La carne è veicolo, dove il corpo si esprime, conosce e si manifesta. Infatti, come la carne senza la corporeità si brutalizza, la corporeità senza il corpo non potrebbe esprimersi. Lo squilibrio è il vero baratro, cioè tutta carnalità o tutta relazione.

“Media stat virtus”, nel mezzo è la “virtus”, che in italiano traduciamo in virtù, ma il senso più profondo è “forza”, “energia”, che come una calamita attira verso di sé. La virtus quindi è la vera forza, l’energia dell’esistere e quindi di essere ciò che realmente siamo. È proprio nel “mezzo”, inteso come “a metà strada tra due estremi”, che troviamo il timone del senso e del significato del tutto: né prendere né lasciare, ma consapevolmente fluire.

 

 

Ecco così tracciata la filosofia sottesa alla caratterizzazione dei miei personaggi e delle mie storie, che siano protagonisti o antagonisti, primari o secondari.  Asmodeus e tutti gli altri antagonisti dimostrano proprio gli eccessi di una carnalità egoistica e prevaricatrice. Una carnalità che si farà sarcofago altrui e di sé, senza comprendere che la direzione percorsa li condurrà verso il baratro e l’annientamento dell’esistere. Asmodeus, nel primo romanzo è in una fase discendente della sua malvagità, perché il verme dello “scarto” lo sta divorando da qualche tempo; nel secondo romanzo, dove faccio un passo indietro nella storia delle Erbolarie e approfondisco la vita di Eileen – madre di Healer -, possiamo vedere la genesi, l’evoluzione e l’apoteosi della malvagità dell’antagonista e il controbattere con ogni mezzo della protagonista.

Gli “Erbolari”, d’altra parte, come Healer, protagonista del primo romanzo e come Eileen, la madre di Healer e Ienis e anche la madre pro tempore degli erbolari, mostrano come la corporeità prevale sulla carnalità, soggiogando e governando la carne propria e altrui, per il bene della comunità. Nel secondo romanzo questa visione della vita sarà portata fino all’estremo, adoperando il proprio corpo attraverso la carne, come arma di difesa per la propria stirpe.              Come salvare il proprio popolo, come liberarli dal giogo del malvagio e come adoperare questa crudeltà, ritorcendola contro il nemico? Quali mezzi adoperare e fino a dove ci si può spingere, per riconsegnare la Terra di Athelar agli Erbolari?

In questo secondo romanzo il lettore scoprirà quanto il corpo possa essere nel frattempo alleato e traditore, consigliere e giudice, strumento di vita e di morte, a seconda se restare sotto la legge della carne o andare oltre con la corporeità. Il corpo di Eileen non sarà più di Eileen ma campo di battaglia, dove giocarsi il tutto per tutto.  Il sacrificio estremo, che rende Eileen un’eroina speciale, sta nel non poter gustare l’ebbrezza della vittoria. In questa scelta si trova il dono più alto di sé. È proprio quando la vita prende un percorso tanto complesso, da non aver più chiaro l’orizzonte e la via da seguire, che la consapevolezza ti giunge come un dono dall’alto solo alla fine. La consapevolezza del giusto, che dona tutto se stesso, senza chiedere nulla in cambio, riceve la corona della vita colma di senso. Anche il lasciarsi andare sarà dolce, seppur in mezzo alle fiamme divoratrici.

La vita quindi, attraversa il corpo in tutti i suoi vicoli e incroci, e lo porta oltre, lo porta verso l’inimmaginabile, verso il mistero. Il mistero, che si svela senza poter essere afferrato. Il mistero, che t’immerge fin nel profondo, come ricompensa di non aver cercato per forza un senso, ma piuttosto aver riempito di senso ogni istante dell’esistenza. In questo secondo romanzo, dedicato come abbiamo già detto alle gesta di Eileen, l’antagonista Asmodeus sopravvive alla protagonista. Anche questo è un carattere innovativo nel romanzo. Il secondo romanzo della Trilogia non termina con il più classico “ e vissero felici e contenti”, ma il lettore, che mi avrà seguito fino all’ultima pagina, gioirà per Eileen, benché apparentemente sconfitta e non temerà la sopravvivenza di Asmodeus, che porta già dentro e fuori di sé il seme del suo annientamento.

Che altro aggiungere? Sì, possiamo aggiungere che questa trilogia vuole mostrare che proprio quando la carne/σάρξ è dominata pienamente dal corpo/σμα e si fa corporeità, tutto diventa possibile: l’abbattimento delle barriere razziali, un’ecologia sostenibile, la vita che fluisce tra tutti i viventi, che siano di natura arborea, umana, celeste o fantasy.

Se queste riflessioni ti sono piaciute mi puoi scrivere a lorena.scrittrice@libero.it, per condividere con me le tue opinioni a riguardo. Sarò ben felice di leggere le tue riflessioni, che sicuramente mi aiuteranno ad approfondire l’argomento e migliorare la stesura del romanzo.

Ringraziandoti, per aver letto fin qui, ti do appuntamento al mio prossimo articolo.

Lorena Ciullo.

Superata da poco la soglia dei 50 anni ho iniziato a mettere nero su bianco ciò che la vita mi ha insegnato e l'amore, che nutro per essa e per le sue creature. Questo amore si è concretizzato in tre perle preziose: in una famiglia, nella custodia di una porzione di terra, di cui sono amministratrice della Natura ed infine custode di verità palesi solo a chi ha aperto gli occhi del cuore. Proprio come dice il vecchio adagio indiano: Un uomo felice è colui che ha avuto un figlio, ha piantato un albero e ha scritto un libro. Ed io sì, io sono felice. Lorena Ciullo

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